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SEMPIONE - 05-05-2021 - Napoleone Buonaparte, che oggi 5 maggio si celebra nel giorno della sua morte in confinamento sull’Isola di Sant’Elena, aveva bisogno della ‘’rue pour canons’’. La strada per i cannoni. La guerra nel nord Italia incombeva. La strada del Moncenisio, interamente francese, a fine settecento non bastava all’impero della ‘’grande Armee’’. Serviva una nuova strada, che attraversasse la regione dell’Alta Ossola, per collegare Milano e la repubblica Cisalpina all’impero.

C’era da vincere la resistenza dell’influenza sabauda nella regione dei laghi e monti, per connettere Milano a Parigi. La sottrazione di Novara e Ossola dalle grinfie austriache e milanesi nel 700 ad opera dei piemontesi sembrava non avere risvolti adeguati di sviluppo economico e infrastrutturale, relegando la provincia fra Svizzera e Italia come mera espansione territoriale sabauda ai danni dei milanesi, ben più ansiosi di annettersi al nord Europa dagli altipiani ossolani.

FU appunto, la necessità della fanteria napoleonica, a fine settecento, di attraversare l’Europa da nord a sud, a sancire la nascita della grande via alpina del Sempione. Sui mari regnavano gli inglesi, bloccando gli accessi prioritari di stretti e vie principali commericiali. Il Sempione, possedeva una orografia semplice ma ‘’complicata’’; a 2005 metri sul livello del mare rappresentava uno dei collegamenti più bassi sulle alpi, ma di problematico c’era l’accesso su entrambi i versanti, soprattutto a sud, fra le forre del torrente Diveria, che creava salti rocciosi alti anche 700 metri nella zona delle gole di Gondo e Gabi Gstein, area di competenza di costruzione delle maestranza italiane.

La vera rarità dell’epoca, rimaneva la sinergia fra politica e impresa. Risolte alcune problematiche riguardo le competenze progettuali sul versante italiano, che venne data nella maggior parte agli italiani e non ai transalpini, l’inaugurazione del cantiere avvenne fra il 1800 e il 1801. Progetto esecutivo del celebre ingegner Ceàrd, abilissimo responsabile lavori del settore ponti e viabilità francese, incaricato dopo la prima inconcludente parentesi esecutiva del reparto del genio militare.

Sul lato italiano le gole terribili della valle alpina vennero in parte azzerate nella difficoltà di attraversamento grazie a gallerie e ponti maestosi, con operai legati a centinaia di metri di altezza a sbalzo sulle rive ripide, sforzo che purtroppo richiese centinaia di caduti sul lavoro nella costruzione, sia da nord che da sud. Ma una volta terminata, grazie al genio di alcuni tecnici italiani, il milanese Carlo Gianella e i collaboratori Guido Bossi e Bernardo Viviani, la strada appariva magnifica: 8 metri di larghezza, una rarità. Protezioni sui passaggi più esposti, nonché ponti come il complesso sul rio frassinone, dove la fine della cascata poco si scorgeva centinaia di metri più in basso, ai lati del viadotto. Il risultato ben ripagò dello sforzo dei 15 mesi delle due squadre di minatori e operai strenuamente impiegati, provenienti da tutta Italia.

Monsieur Buonaparte ordinò di erigere 4 ospizi, due sul versante italiano e due nel versante franco-svizzero, cosicché l’itinerario poteva essere coperto i 4 giorni passando da Milano al cantone indipendente del Vallese, protettorato francese, appunto. Nel tardo 1805 lato nord e sud si congiunsero, e da subito le truppe ne presero possesso, c’erano gli Asburgo su territorio italico da combattere, di nuovo. Nonostante il grande successo della nuova arteria alpina, purtroppo l’imperatore mai vi passò, nonostante era ansioso di farlo, durante una sua ritirata dall’Italia. Rimarranno per sempre le gesta eroiche dapprima degli operai, impresse nella roccia, poi quelle della ascesa e caduta dell’impero napoleonico, che successivamente consegnerà la strada del Sempione non più alle truppe e ai cannoni, bensì al commercio e al turismo che si sviluppò in seguito. Tutto il mondo di intellettuali dell’epoca descrisse la nuova via come incredibile, da Lord Byron a Charles Dickens, a Gogol alla contessa Spencer, probabile antenata di lady Diana, che commentò:’’ Niente di più pittoresco della valle di Iselle: la si attraversa per giungere al ponte di Crevola, dove incomincia il Bel Paese” .

Vittorio Manini

Foto: Wikipedia

 

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