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SAN DOMENICO- 12-11-2017- In un comunicato stampa

a firma del presidente Piero Vallenzasca Italia Nostra si schiera nettamente contro la costruzione degli impianti di collegamento tra il Devero e san Domenico, collegamento che ha già suscitato numerose prese di posizione, a favore, guardando anche alla vicina Svizzera, dove in Vallese si pensa di organizzare l'Olimpiade invernale, e contro, da chi esalta gli ambienti incontaminati: "Le aree interessate dal progetto della San Domenico ski: il Monte Cazzola, la Valle Buscagna, la Valle Bondolero, ma anche il Monte Teggiolo con l’Alpe Vallè fino a Ponte Campo, sono da tempo al centro di un condivisibile percorso di valorizzazione che considera la conservazione di questi paesaggi unici, di questi straordinari ambienti naturali, come la più grande risorsa, anche economica, del territorio. La conservazione delle aree alpine del Devero, Veglia e Valle Formazza e la loro protezione con l’adozione di strumenti di tutela è da molti anni al centro della politica della Regione Piemonte che ne ha fatto un suo obiettivo importante. La gran parte di questi territori sono Siti di Importanza Comunitaria (SIC IT1140016) e Zone di Protezione Speciale (ZPS IT1140016).

La frequentazione assidua e sempre più in crescita da parte di un gran numero di visitatori, escursionisti e scialpinisti testimonia il favore con cui un vasto pubblico ha accolto tale politica. Molti degli interventi previsti nel progetto della San Domenico ski sono destinati a infrastrutturare questa parte delle alpi Lepontine per l’accoglienza di un turismo di grandi masse e ciò non si concilia con i valori della conservazione dei territori, con la conseguente inevitabile profonda alterazione di ambienti e paesaggi, vera ricchezza non fungibile. La strada da percorrere è un’altra, come ben argomentato dal Presidente dell’Ente di Gestione Aree protette dell’Ossola, da alcuni albergatori dell’Alpe Devero, dall’Associazione degli Accompagnatori naturalistici e da altre Associazioni che si occupano della conservazione del territorio. Il nostro appello è quello di salvare il nostro “grande nord”, preservarlo per le future generazioni e non comprometterlo irreparabilmente con un progetto presentato in modo accattivante, ma la cui attuazione si rivelerebbe devastante, portatore di ricchezza per pochi.

Un’economia diffusa, equa, legata culturalmente al territorio in cui si radica è un’alternativa possibile e credibile rispetto ai miraggi dei maxi investimenti di risorse che alterano lo stesso territorio nel momento stesso in cui affermano di valorizzarlo, ma in realtà lo sfruttano. Occorre essere competitivi sul piano della qualità degli ambienti incontaminati da offrire ad una domanda crescente di turismo “lento” e consapevole e sviluppare servizi, anche innovativi, qualitativamente e quantitativamente adeguati. Una tale visione dell’economia è quella che lega la gente alle sue radici, rendendola consapevole e orgogliosa della grande opportunità di cui dispone, che gli offre reddito e valore e che oggi una società sempre più connessa in rete rende possibile attuare ovunque ve ne siano le condizioni. Non vediamo questo obiettivo nel complessivo progetto della San Domenico ski, ma a parte il modo accattivante di presentarlo, ci pare di assistere ad una riproposizione di modelli non dissimili, per buona parte, da quelli che caratterizzano tante altre tradizionali stazioni turistiche alpine di massa.

La politica Regionale e locale, le Istituzioni preposte alla tutela del Paesaggio, le Istituzioni Europee dovrebbero avere il dovere di condividere una diversa visione della crescita economica dei territori incontaminati, opponendosi ad una loro inevitabile degradazione conseguente ad investimenti che ne provocano una diffusa omologazione. Spetta dunque in questo momento ai soggetti di governo del territorio guardare lungo, indicare la rotta anziché essere guidati da miraggi di investimenti massicci e forsanche troppo facili. L’invito e l’auspicio sono di fermarsi, di riflettere a fondo e di aprire un confronto sui mondi possibili delle poche terre alte ancora rimaste".

 

 

 

 

 

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