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DOMODOSSOLA - 05-12-2018 - Dopo anni trascorsi

a fotografare gli orrori dei conflitti dal Sudan all'Iraq, dalla Somalia all'Afganistan ha deciso di svoltare raccontando con i suoi scatti il mare e la sua gente. L'addio alle brutture della guerra, la scelta di una lunga navigazione in solitaria nel Mediterraneo per ritrovare un equilibrio interiore compromesso, finisce però per diventare una nuova missione: testimoniare quello che sta ammazzando mari e oceani. Le plastiche, l'immondizia, i copertoni e le batterie d'auto adagiate sui fondali. E così il racconto si fa denuncia, ma anche resoconto di una bellezza resistente.
Lui, l'artefice, è Alessandro Rota, 30 anni, figlio del manager domese Bruno Rota. Alessandro è un fotoreporter di razza con una lunga esperienza, nonostante la giovane età. Le sue immagini scattate nelle aree di crisi in Africa così come in Medio Oriente per prestigiose agenzie, sono state pubblicate da colossi come il Corriere e il Guardian raccogliendo riconoscimenti internazionali da Los Angeles a Mosca. Oggi una mostra dei suoi scatti sulle popolazioni yazide dell'Iraq, è allestita in Australia, un'altra, dedicata alla Grande Guerra, si può vedere in Veneto.
La storia di Alessandro, densa, densissima per un trentenne, ha ottenuto nei giorni scorsi un'intera pagina su "Il Corriere della Sera", e qui la rivelazione, il trauma che lo ha portato a dire addio ai reportage di guerra, con un'immagine che non potrà più togliersi dagli occhi: un bambino morente, vittima di un bombardamento a Mosul. E lui, che pure ne aveva già viste tante, da quel momento smette di fotografare i conflitti, era il marzo del 2017. Racconta al giornalista Federico Battistini: "Avrà avuto sei o sette anni. Era aperto da qua a qua – Alessandro traccia con l’indice, dal collo al torace - con la giugulare che pompava fuori sangue. Aveva appena perso il papà, la mamma, i tre fratellini. Tutti ammazzati. Era rimasto solo lui. E a me è rimasto nella mente solo lui. Perché non me lo so spiegare. Un soldato colpito, lo fotografi e lo capisci. Anche un civile adulto, al limite. Ma non capisci un bambino che resterà solo al mondo e con quello squarcio. Non avevo mai guardato una vittima così innocente in un conflitto così insensato".

I giorni, i mesi, le settimane successive per Alessandro sono di crisi, più tardi saprà d'essere stato colpito da una tipica sindrome di guerra, una forma di disturbo post-traumatico da stress. Cercando una nuova via per rimettersi in sesto, Alessandro, che era stato istruttore subaqueo, ripensa allora alla sua passione per il mare. Trova la sua barca, un’Alpa di nove metri e mezzo del 1974 ribattezzata "Racconti del mare", e si prende il Mediterraneo. Viaggia tra le isole greche, sulle coste siciliane, approda a Malta e a Creta in una navigazione che lo porta a imbattersi in nuove storie, nuove situazioni. E' in barca che gli torna anche la voglia di fotografare: "Lo stress e le preoccupazioni non passano, perché questo è un lavoro sempre più difficile da fare, perché aspetti mesi per farti pagare foto che a te sono costate un investimento enorme, finanziario e umano - racconta -. Ma fare foto è una religione: se avevo fede prima, non l’ho persa adesso".
E a noi resta tutta la curiosità di vedere le nuove storie di mare che ci riporterà da questa avventura dell'anima.   

 Antonella Durazzo

 

 

 

 

 

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