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DOMODOSSOLA - 10-01-2019 - Due gli arresti compiuti questa mattina in Ossola dai Carabinieri del Comando Provinciale nell'ambito dell’operazione “Reventinum”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. L'operazione contro la 'ndrangheta condotta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Catanzaro, diretta dal procuratore Nicola Gratteri e dal sostituto Elio Romano, ha portato in manette 12 soggetti, ritenuti tutti responsabili di associazione di tipo mafioso e, a vario titolo, dei delitti di estorsione, sequestro di persona, violenza privata, danneggiamento a seguito di incendio, detenzione illegale di armi, aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose.
Massimo il riserbo dei Carabinieri del VCO sull'attività svolta. Prima degli arresti di questa mattina, i militari nei giorni scorsi avevano già localizzato i due e tenuti d'occhio.  


La faida tra due cosche

L'indagine ha preso spunto dagli approfondimenti investigativi inerenti gli omicidi dell’avvocato 43enne Francesco Pagliuso e di Gregorio Mezzatesta, 52anni. Omicidi perpetrati, entrambi con l’aggravante delle modalità mafiose, rispettivamente, a Lamezia Terme, la sera del 9 agosto 2016, e a Catanzaro, la mattina del 24 giugno 2017.

S'è arrivati così a delineare con chiarezza gli assetti storici ed attuali, nonché gli interessi criminali di due distinte e contrapposte cosche, quella degli “Scalise” e quella dei “Mezzatesta”, derivanti dalla scissione del gruppo storico della Montagna, nell’area catanzarese del Reventino compresa tra i comuni di Soveria Mannelli, Decollatura, Platania, Serrastretta e territori limitrofi.
Gli indizi gravi, precisi e concordanti raccolti nel corso della prolungata azione investigativa hanno dimostrato come le due organizzazioni criminali, dopo le operazioni che hanno interessato, nel corso di questi ultimi anni, l’area territoriale lametina, abbiano continuato a commettere gravissimi reati, alimentando una crescente e violenta contrapposizione reciproca tesa a conseguire, da parte di ciascuno dei due gruppi, l’esclusivo controllo sul territorio di riferimento.
In relazione alla cosca “Scalise”, con l’odierna misura viene contestato il reato di associazione mafiosa a Pino Scalise (cl. 58), Luciano Scalise (cl. 78), Vincenzo Mario Domanico (cl. 76), Andrea Scalzo (cl. 81), Angelo Rotella (cl. 83), Salvatore Domenico Mingoia (cl. 65) e Cleo Boancci (cl. 62). Figure di spicco sono i due Scalise, Pino e Luciano, ai quali si attribuisce un ruolo verticistico in quanto titolari del potere decisionale in ordine alla strategia criminale da perseguire, anche con riferimento alle azioni violente rientranti nel programma criminoso collettivo della cosca. Il ruolo di partecipe viene attribuito ai restanti soggetti affiliati alla cosca, pienamente inseriti nelle dinamiche delittuose, tutti impegnati a diverso titolo nell’affermazione della consorteria sul territorio.

Con riguardo alla cosca “Mezzatesta”, il reato di associazione mafiosa è stato contestato a Giovanni Mezzatesta (cl. 76), Livio Mezzatesta (cl. 79), Eugenio Tomaino (cl. 64), Giuliano Roperti (cl. 69), Ionela Tutuianu (al. 77). Al Roperti, e a Giovanni e Livio Mezzatesta è attribuito il ruolo di “rappresentanti” della cosca aventi l'autorità di organizzare i fini e gli scopi perseguiti sotto l’egida di Domenico e Giovanni Mezzatesta, già detenuti e considerati i capi del sodalizio. Il ruolo di partecipe è contestato invece alla Tutuianu, moglie del capo cosca Domenico Mezzatesta. A lei il compito di fondamentale di mantenere vivi e “operativi” i rapporti tra gli affiliati detenuti e quelli liberi, veicolo di notizie e “imbasciate” da e per l'esterno delle Case Circondariali. Come ulteriore affiliato alla cosca Mezzatesta è indicato Eugenio Tomaino che nell’ambito del gruppo storico della Montagna aveva ricoperto una posizione di vertice.

E' nell’ambito della contrapposizione delle due cosche che gli inquirenti inquadrano sei omicidi che, a partire dal 2013, hanno coinvolto esponenti di entrambe le fazioni, in una vera e propria faida ancora oggi in atto.
Come accennato in precedenza, sono due gli omicidi che hanno aperto la strada alle indagini odierne. Tra questi l'assassinio dell'avvocato Francesco Pagliuso, del foro di Lamezia Terme. Nella seconda metà del 2012 era il difensore di Daniele Scalise, figlio del capocosca Pino per un procedimento penale presso il Tribunale di Cosenza. Come ricostruito dagli inquirenti, l'avvocato era stato accusato di scarso impegno professionale e di aver commesso degli errori nella linea difensiva dello Scalise. L'avvocato era stato quindi prelevato, incappucciato e condotto con la forza da Lamezia Terme in un bosco della zona montana del Reventino, dove era stato costretto a stare, legato ed impossibilitato a muoversi liberamente, dinnanzi ad una buca scavata nel terreno con un mezzo meccanico. Il sequestro di persona e la violenza privata perpetrati danno dell’avvocato sono stati contestati con il fermo odierno al solo Pino Scalise, tenuto conto che gli altri correi sono nel frattempo morti ammazzati.

 

 

 

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