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DOMODOSSOLA - 28-01-2019 - Momenti molto partecipati e intensi,

a Domo, per la Giornata della Memoria che il Comune ha deciso di celebrare questa mattina per aprire alla partecipazione delle scuole. Di seguito il testo dello storico Pierantonio Ragozza, cui è stata affidata l'orazione ufficiale.  

ll “Giorno della Memoria”, istituito con la legge 211 del 2000 per ricordare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, richiama la data del 27 gennaio 1945 e l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.
Una data ed un luogo apparentemente lontani, sia da questo 2019 – settantaquattro anni dopo – che da Domodossola, posta a quasi 1.500 chilometri e ad una ventina di ore di viaggio da quella località oggi polacca.
Ma realmente siamo così lontani da Auschwitz e dai tanti altri lager che costituivano l’universo concentrazionario nazista? Davvero tutto è accaduto altrove?
No, perché anche dall’Ossola e da Domodossola partirono per i lager, spesso con sola andata, persone che avevano il solo torto di essere ebrei o di essersi opposti all’oppressione e alla dittatura e anche se non evidenti molti segni ci possono ricordare quelle vicende.
Giusto per rimanere in centro città, il viale della Stazione è dedicato a Paolo Ferraris, avvocato di Trontano ed uno dei promotori della lotta antifascista in Ossola dopo l'armistizio, che dopo l’arresto venne deportato prima a Bolzano e poi a Mauthausen, deceduto nel sottocampo di Gusen il 4 marzo del 1945.
I primi ad essere deportati erano però stati alcuni giovani coinvolti nell’insurrezione di Villadossola del novembre 1943, come Luigi Boghi e Remo Busca, condannati alla pena di morte poi commutata nella reclusione a Dachau e nelle carceri tedesche, poi nel corso del conflitto furono numerosi i partigiani catturati che vennero avviati ai campi di concentramento.
Diversi anche i civili rastrellati e deportati nei lager, come tre giovani di Trontano presi mentre andavano al lavoro, ed ancora finì nei lager e per ragioni ignote pure la famiglia Fattalini di Montescheno, padre, madre e figlia, senza più farvi ritorno.
Ad essere deportate furono infatti anche donne, come la domese Antonietta Babbini, collaboratrice del prof. Tibaldi e attiva nella Resistenza locale,  catturata nell’aprile del 1944, incarcerata a Torino e a Milano, trasferita poi al campo di Bolzano, tornata in Ossola solo nel 1945.
La Babbini ricordava la cattura dei Carabinieri di Domodossola da parte dei tedeschi, per essere avviati nei campi in cui vennero rinchiusi i circa 700 mila Internati Militari Italiani, soldati che nella quasi totalità preferirono rimanere dietro i reticolati in condizioni disperate, piuttosto che aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
Tanti furono anche i militari ossolani che vennero catturati ed internati in Germania, molti di loro morirono per aver fatto la scelta di non diventare collaborazionisti rimanendo fedeli al giuramento alla Patria ed i loro nomi sono scritti sulla fontana-monumento davanti a cui ci troviamo, ricordandone perennemente il sacrificio.
In Ossola non risiedevano comunità di religione ebraica, ma qui giunsero diverse famiglie che cercavano di espatriare in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni e non sempre la terra elvetica fu accogliente, poiché ci fu un periodo in cui si disse che "La barca è piena" – titolo per altro di un film girato nel 1981 dal regista Markus Imhoof – e al confine venne respinto anche chi si dichiarava rifugiato politico o perseguitato dalle leggi razziali.
Questo destino toccò ad esempio ai componenti della famiglia Ravenna, appartenente alla comunità ebraica ferrarese e che riuscì ad entrare nella Confederazione, ma immediatamente respinta dagli svizzeri e catturata a Trasquera o forse a Masera, deportata prima a Fossoli e poi ad Auschwitz, con un solo sopravvissuto fra i suoi componenti, mentre una decina di familiari vennero eliminati.
Viaggiava su di un treno della ferrovia Vigezzina la famiglia Hasson, padre, madre e tre figli che, partiti da Craveggia, volevano raggiungere Camedo e perciò la Svizzera, ma due militi della Milizia confinaria li fermarono e dopo l’arresto e la detenzione nelle carceri di Domodossola, trasferiti a quello di Novara, per poi finire a S. Vittore e successivamente deportati ad Auschwitz.
Della famiglia Hasson rimasero solo i passaporti, presso la Pretura domese perché vennero processati – in contumacia in quanto già deportati – per il tentato espatrio, e da quei documenti ci guardano attraverso le loro fotografie, salvo il più piccolo, di cui rimane solo il nome annotato sul passaporto del padre. Dei cinque Hasson tornò dal lager soltanto il secondogenito Gilberto, che dai parenti di Milano venne inviato in America dove però non giunse mai, perché memore degli orrori visti e subiti preferì concludere la sua breve vita gettandosi nelle acque dell’Atlantico.
Dal carcere di Domodossola, che sorgeva di fronte al Municipio dove ora c’è il parcheggio, passò anche una coppia ebrea di Trieste, Emanuele Staineri e Basilia Salambrassi poi deportati dalle SS ad Auschwitz: anche i loro nomi e le loro vite si sono persi nel fumo del camino, ma qui da noi nessuna “pietra d’inciampo” – per loro e per gli altri – ci distrae mentre cerchiamo posto per l’auto, paghiamo la sosta o giriamo per il mercato.
Non ci fu viaggio invece per i componenti delle famiglie Covo e Arditi, italiani di fede ebraica prelevati e subito fatti scomparire dalle SS a Mergozzo già il 15 settembre 1943 e di cui non si seppe più nulla.
La cattura di ebrei che si trovavano in Ossola avvenne, almeno in alcuni casi, probabilmente a seguito di delazione, in quanto le autorità naziste e della Repubblica Sociale pagavano le informazioni utili alla cattura e correvano pure voci di persone uccise e derubate da chi aveva promesso loro la salvezza, accompagnandoli sui sentieri di confine verso la Svizzera.
A fronte di chi guadagnò sulle vite degli ebrei e dei perseguitati, ci furono però anche coloro che con grande rischio aiutarono quelle persone che cercavano solo la salvezza da un destino crudele, ingiusto e disumano, come le Guardie di Finanza che nel loro servizio seppero far prevalere il senso di umanità alle disposizioni dell’occupante e della RSI, tanto che solo la Milizia confinaria fascista schierata ai confini si impegnò nell’evitare le fughe dei disperati, spesso condotti oltrefrontiera da contrabbandieri che, in luogo delle bricolle, portavano vite umane dietro il compenso del solo “prezzo di una capra marcia”, termine del valore economico della contropartita di quei viaggi, divenuto il titolo di un libro dell’indimenticato Paolo Bologna, massimo storico della Resistenza ossolana e a cui siamo debitori pure per le sue ricerche sulla deportazione.
Invece di essere passivamente asserviti al regime, anche singoli funzionari dello Stato fecero o almeno tentarono di fare la propria parte per aiutare gli ebrei, come il commissario della Pubblica Sicurezza di Domodossola, che ritoccò a mano il dattiloscritto con il capo di imputazione per gli Hasson, per alleggerirne la posizione, ma senza poter impedire che finissero in campo di sterminio, dei quali probabilmente non conosceva ancora l’esistenza.
Pure nei paesi ossolani e fra la gente comune si attivarono silenziose ma efficaci iniziative di solidarietà, nonostante le vergognose leggi razziali che dal 1938 avevano emarginato i cittadini e le persone di religione ebraica, così ad esempio a Pallanzeno la famiglia milanese degli Hodara poté soggiornare nascosta fino alla Liberazione.
Quelli prima citati sono solo alcuni nomi di persone e di famiglie, sono esili frammenti di vicende fra le tante che si potrebbero raccontare e che ebbero destini differenti ma tutte in qualche modo legate all’Ossola, riportandoci ad eventi di settantacinque e più anni or sono, accaduti proprio qui, dove viviamo la nostra tranquilla quotidianità.
Riscoprire quei nomi, ripercorrere quelle vicende, può darci la misura di come la Giornata della Memoria non sia solo una data sul calendario o un adempimento a cui si è tenuti per obbligo di legge, ma una pagina reale e dolorosa pure della storia del nostro territorio e della nostra gente, che ha lasciato dei segni che occorre saper cogliere per fare memoria e pure per riflettere su quanto accade oggi nel mondo, con anche pericolosi rigurgiti di antisemitismo, poiché è quanto mai vero quello che scrisse Piero Terracina, deportato sopravvissuto ad Auschwitz, ovvero che “La memoria non è il ricordo. La memoria è quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro”.

 

 

 

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