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DOMODOSSOLA-30-5-2019- “Ringrazio il signore che mi ha dato salute e prospettive di lavoro. Ho sempre lavorato, sono andato in pensione a 60 anni, ormai 40 anni fa”. Così risponde Mario Bruno, classe 1919, alla fatidica domanda: come si fa a raggiungere il secolo di vita restando così arzilli? Il 29 maggio Bruno ha spento le sue prime cento candeline, festeggiato in casa sua fra parenti e amici dal Sindaco di Domodossola, Lucio Pizzi, che gli ha consegnato una targa raffigurante piazza Mercato. Anche la Ferrovia Vigezzina, di cui è stato dipendente per più di trent’anni, gli ha offerto una targa – ricordo. Bruno ha tagliato il traguardo del cento anni in una situazione di sostanziale autosufficienza e con la mente lucidissima. Tanto lucida che i suoi ricordi sembrano il “database” di un computer: nomi, date, luoghi, citati alla perfezione, tutt’al più con qualche sporadico tentennamento. Fino a tre anni fa era totalmente indipendente; si faceva da mangiare, faceva la spesa, pagava le bollette, tutto. Ha anche assistito sua moglie negli ultimi anni di vita. Poi una caduta in casa gli ha reso la vita difficile, ma non lo ha bloccato. Vive a Domodossola con suo figlio Sergio, che lo assiste. Ha lavorato per trentasei anni alla Ferrovia Vigezzina, percorrendo una lunga carriera: “Da sottocapo a ispettore, fino alla promozione a funzionario principale, poco tempo prima della pensione” ricorda con precisione assoluta. Il lavoro e le esperienze di guerra sono i temi dominanti del suo racconto. “Da giovane ho lavorato per qualche anno alla Banca d’Intra, a Domodossola, poi alla “Vigezzina”: nel 1940 ho ricevuto la cartolina, dovevo presentarmi alle armi, al Distretto di Novara. Mi hanno mandato a Taranto per la vestizione da aviere, quindi all’aeroporto di Siena – Ampugnano, infine a Roma, alla scuola telescriventi, perché sapevo scrivere a macchina velocemente.Siccome avevano bisogno in Libia, hanno fatto il mio nome insieme a quello di altri due o tre: siamo andati in aereo a Bengasi, dove siamo rimasti un po’ ed abbiamo subito diversi bombardamenti. Gli Inglesi avanzavano da Tobruk verso Derna, noi siamo arretrati di circa mille chilometri fermandoci in un paesetto chiamato Zliten. Dopo qualche mese mi hanno mandato a Misurata, poi mi hanno rispedito in autocarro a Bengasi, che avevamo riconquistato. Lì facevo l’impiegato al “teledeposito”, che era il deposito delle macchine e dei pezzi di ricambio per le telecomunicazioni; le telescriventi non erano ancora state piazzate. Quando ne è stata piazzata una nel “Villaggio Luigi di Savoia”, alla 5^ Squadra Aerea, abbiamo fatto diversi mesi di servizi notturni e diurni; eravamo collegati con tutti i Ministeri. Con una nuova ritirata di 1500 chilometri siamo arrivati a Tripoli, al circuito automobilistico di Mellaha; lì c’è l’aeroporto della città. Poi, altra avanzata verso Bengasi, con la promessa che mi avrebbero mandato a casa dopo sei mesi; invece sono passati due anni prima che mi dessero 15 giorni di licenza in Italia. Terminata la licenza sono tornato a Roma, al Ministero dell’Aeronautica; per avvicinarmi a casa mi hanno trasferito a Torino, all’aeroporto di Mirafiori. Anche lì ho fatto l’operatore alla telescrivente; dopo qualche mese il Ministero chiesto di me personalmente a Roma, alla nuova sala telescriventi, appena costruita. E’ arrivato l’8 settembre: un disastro, non si capiva niente. Io sono stato fortunato: ero nella parte della città già presa dagli Inglesi, sono salito clandestinamente su una tradotta di vagoni merci vuoti, diretta al Nord. Arrivati a Bologna, non si sapeva se avrebbe proseguito verso Milano o verso la Germania. Per fortuna è arrivata a Milano; in stazione ho attraversato i binari e su quello per Domodossola c’era un treno in partenza. Sono salito e i viaggiatori mi hanno detto di scappare, perché stavano arrivando i Tedeschi; io ero ancora in divisa, sono stato fortunato.” A questo punto Mario fatica parecchio a trattenere le lacrime. Un attimo e riprende il racconto. “Sono arrivato a casa sano e salvo. Poi, dopo un po’ è uscito il manifesto di Graziani: i giovani dovevano presentarsi alla nuova Repubblica Sociale Italiana. Tutti scappavano e io a 23 anni dovevo andare a combattere di nuovo? Sono scappato in Svizzera, l’ho girata tutta. Sono passato dal caldo africano al freddo: temperature anche di 20, 30 gradi sottozero. Nel frattempo era nata la Repubblica dell’Ossola, che è durata poco. Io ero a Domodossola allora: chi poteva scappare, scappava. Ho preso il treno per Briga insieme a donne e bambini. A Iselle c’era il controllo dei partigiani: dov’ero io non sono passati e sono ripartito verso il Sempione. Ho girato diversi posti in Svizzera finché il 2 maggio ’45 è arrivata la libertà; non c’erano più frontiere, tutti potevano rientrare, si saliva sul treno senza pagare .... Io ero in un campo – lavori, cioè di prigionia, in Svizzera: avevano accettato la mia domanda, mi avevano mandato in un albergo adibito a ospizio per rifugiati italiani, francesi, tedeschi, di vari Paesi, a Randa, vicino a Zermatt. Tornato a casa, ho ripreso il mio lavoro alla Vigezzina; mi ero “assentato per causa di guerra” e mi hanno ripreso. I ferrovieri avrebbero avuto l’esonero; io avrei dovuto chiederlo alle autorità tedesche, ma dopo l’8 settembre era impossibile. Dopo due anni ho trovato la fidanzata, si chiamava Dolcidia Noris; mi sono sposato e ho avuto un figlio, Sergio, nato nel 1953. Nonostante tutte le vicissitudini dovute alla guerra, ho fatto carriera.” Innumerevoli sarebbero gli episodi da ricordare: lo stesso Mario Bruno ammette che ci si stancherebbe ad ascoltarli tutti. Insistiamo per sentirne almeno alcuni, un po’particolari: “Nel giugno del ’41 – ricorda - io venivo dal Comando della 5^ Squadra. Dovevo attraversare cento metri di prato al Villaggio “Luigi di Savoia” e un “Hurricane” inglese mi ha mitragliato senza colpirmi: vedevo le nuvolette delle pallottole per terra. Il 2 settembre del ’40 sono andato in volo all’aeroporto della Berka a Bengasi; poi sono stato trasferito a Derna, poi in Tripolitania. Dovevamo rientrare in Italia, ma non avevamo posto: siamo saliti in tre o quattro su due aerei chiedendo ai piloti cosa dovevamo fare. Loro ci hanno detto: “Dai montate su ...”. Se avessero mitragliato quell’apparecchio non so che fine avrei fatto: mitragliavano dappertutto, molti apparecchi sono caduti, alla sera si vedevano le batterie antiaeree che illuminavano il cielo a giorno. All’andata volavamo a tremila metri di quota; quella volta abbiamo volato rasente il mare per sfuggire a i radar.  Siamo atterrati a Lecce, quindi sono andato al comando della 5^ Squadra alla caserma Romagnoli a Roma e ho potuto avere la licenza, dopo due anni che rischiavo la vita in Libia. Mussolini aveva promesso che sarebbe stata “una passeggiata”; mi veniva voglia di mandare indietro la Croce di Guerra. A Bengasi tutte le sere c’era un bombardamento: il centro città era fuoco e fiamme. Sono morti in diversi, anche fra i miei compagni”. Gli chiediamo di raccontarci qualcos’altro, non legato alla guerra: magari di parlarci della Domodossola di quand’era giovane “C’era poco e niente a Domodossola allora – risponde lapidario – Non c’era ancora stato lo sviluppo: è arrivato dopo la guerra, hanno fatto industrie, fabbricati, tante cose”.  E il lavoro in “Vigezzina”, com’era? “Interessante – risponde – Con il telefono dalla mattina alla sera, a dare ordini, spostare treni, fare incroci, treni speciali ... Con tutto quello che ho passato, sto bene adesso che ho 100 anni, mentre la mia gioventù è stata grama. Adesso mi sto godendo la pensione”. Alla fine del colloquio, torniamo alla domanda iniziale e riusciamo a strappargli qualche suggerimento per campare a lungo: “L’unico segreto è l’esperienza che ho avuto dalla vita. Sono stato male e ho imparato tanto. Per vivere sani: niente alcool, niente droga, niente fumo, niente vizi; mangiare il necessario, non frequentare bar e osterie, mantenere la linea”. Dopo la caduta, che gli ha provocato forti dolori, sta lentamente migliorando grazie alle cure ma, dice, non si sente ancora in forma ….   

Mauro Zuccari

 

 

 

 

 

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