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DOMODOSSOLA- 13-04-2016- Il governo ha varato un fondo,

che verrà chiamato Atlante, che dovrebbe avere una dotazione finanziaria di circa 5/6 miliardi di euro e servirà per aiutare anche Veneto Banca (insieme con altre banche in queste condizioni) a deconsolidarle dal proprio bilancio. Tali sofferenze non verranno quindi “scaricate” sulla clientela o sui soci, come spiega l'onorevole Enrico Borghi:

“Di fronte alla grande crisi della banche, che ha messo a nudo tutta l’arretratezza di un sistema di governance finanziaria familistica, autoreferenziale e chiuso che aveva sin qui presidiato buona parte del sistema bancario italiano e rispetto al quale siamo intervenuti con due interventi rilevanti (la riforma delle popolari, attesa da almeno vent’anni, e il decreto “salva banche” per le note vicende di Banca Etruria, Carimarche, CariChieti e Popolare Ferrara), la politica si è divisa in tre tronconi.

Il Movimento 5 stelle si è fiondato in tutte le piazze (mediatiche, virtuali e fisiche) cavalcando lo scontento e aizzando ai politici cattivi, senza però riuscire a fornire uno straccio di reale, concreta e praticabile soluzione (a parte qualche sparata sulla nazionalizzazione delle banche, che vorrebbe dire anche socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili). Immemore dei suoi clamorosi insuccessi in materia (leggasi alla voce “Credieuronord”, ultimo clamoroso caso di banca gestita da un partito politico naufragata tra i debiti alcuni anni fa), la Lega di Salvini ha sostanzialmente tenuto la stessa linea.

Forza Italia è oscillata, come ormai suo solito, tra il tentativo di elaborare una qualche proposta e la rincorsa populista alla ricerca di improbabili capri espiatori, come se gli anni di Tremonti in questo paese avessero visto al governo dell’Italia Alice nel paese delle meraviglie, anziché Silvio Berlusconi.

Come Pd, dentro il fuoco incrociato di queste tensioni che si alimentavano su sofferenze vere e talvolta anche autentici drammi personali che meriterebbero anzitutto rispetto e non bieca strumentalizzazione, ha operato come deve fare una forza di governo: cercando di mettere sul campo soluzioni.

E in particolare, su Veneto Banca (che nell’alto Piemonte conosciamo bene avendo assorbito nel 2007 con la regia di Banca d’Italia la Banca Popolare di Intra che era stata –con la sua gestione allegra dell’epoca-il campanello d’allarme di un sistema di governance delle popolari ormai non più in linea con i tempi e i bisogni) il governo ha messo a opunto un piano in grado di costituire –con capitali in larga maggioranza privati- uno “scudo” in grado di risolvere alla radice due problemi rilevantissimi, tali da metterne in discussione l’aumento di capitale necessario, ovvero la questione dei crediti deteriorati e la garanzia di ultima istanza.

L’INIZIATIVA DI PADOAN

Grazie all’iniziativa assunta dal ministro Padoan, infatti, al ministero dell’economia sono stati chiamati i vertici delle principali banche, assicurazioni, enti di previdenza e fondazioni del Paese, oltre a Cassa Depositi e Prestiti, ed è stata messa a punto una struttura operativa di un vero e proprio “scudo”, che ora dovrà essere approvato dai consigli di amministrazione dei vari soggetti coinvolti.

I DETTAGLI DELLO SCUDO

Il piano Padoan prevede la creazione di un fondo, che verrà chiamato Atlante, che dovrebbe avere una dotazione finanziaria di circa 5/6 miliardi di euro, che sarà gestito da una società di gestione del risparmio già esistente, la “Questio Capital Management Sgr”, partecipata da Fondazione Cariplo (37,65%), Locke srl (22%), Cassa di Previdenza dei Geometri (18%), Direzione Generale Opere Don Bosco (15,60%) e Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì (6,75%). La decisione di utilizzare un veicolo già esistente consente di accelerare i tempi, perché la Sgr in questione è già autorizzata dalla Banca d’Italia e potrà quindi procedere alla costituzione di un fondo cui parteciperanno i principali attori del sistema finanziario italiano.

I NUMERI

Dei circa 5 miliardi che saranno raccolti per il fondo Atlante, una tranche da 500 milioni dovrebbe essere sottoscritta dalle Fondazioni di origine bancaria. Banche come Intesa San Paolo, Unicredit e Ubi Banca (con la partecipazione di altri istituti) dovrebbero sottoscrivere quote del fondo per 3 miliardi. Cassa Depositi e Prestiti sottoscriverebbe una quota tra i 300 e i 400 milioni, mentre la parte rimanente dovrebbe essere attribuita alle compagnie assicurative (si parla di Generali, UnipolSai, Axa e Allianz) e agli enti previdenziali.

IL RUOLO DI ATLANTE

Oltre alla costituzione del fondo, che avrà un ruolo sia sui prestiti deteriorati sia sugli aumenti di capitale, il piano promosso dal governo –ma realizzato da privati, senza quindi utilizzo di fondi pubblici derivanti dal versamento di tasse e imposte dei cittadini- avrà anche un terzo pilastro relativo all’accorciamento dei tempi di recupero dei crediti in sofferenza.

Si tratta di una misura da tempo richiesta dalle banche al governo per risolvere il grande problema delle sofferenze, ovvero dei crediti concessi dalle banche e che non riescono più ad essere onorati dai loro clienti per vari motivi (fallimenti, crisi aziendali, difficoltà di liquidità, perdita di occupazione e quindi di capacità a generare reddito, etc). Questo corto circuito in questi anni ha portato i bilanci delle banche (ivi compresa Veneto Banca) a dover effettuare pesanti svalutazioni, con ripercussioni negative sul valore dei titoli e perdita del capitale di rischio, le cosiddette obbligazioni vendute spesso senza adeguata informazione alla clientela che è stata quindi  in alcuni casi raggirata e truffata.

Sul fronte delle sofferenze, il compito del fondo Atlante sarà quello di aiutare Veneto Banca (insieme con altre banche in queste condizioni) a deconsolidarle dal proprio bilancio. Tali sofferenze non verranno quindi “scaricate” sulla clientela o sui soci, ma verranno cedute a prezzi di bilancio e dunque SENZA ULTERIORI PERDITE PER LA BANCA, in tempi significativamente più brevi rispetto a quelli attualmente previsti dal mercato, contribuendo in tal modo a liberare risorse per nuovi impieghi a famiglie e imprese.

L’obiettivo del fondo Atlante sarà quello di eliminare l’elevato sconto al quale il mercato valuta le istituzioni finanziarie italiane, uno sconto alto legato proprio allo stock rilevante delle sofferenze, che è quadruplicato dal 2007 ad oggi complice la recessione pesante, i tempi lunghi di recupero dei crediti, i massicci aumenti di capitale richiesti dalle svalutazioni dei crediti e l’incertezza sulla capacità di alcuni istituti bancari a completare con successo gli aumenti richiesti dalle Autorità di Vigilanza.

Proprio per questa ultima ragione –particolare importantissimo- il fondo Atlante fornirà una garanzia concreta agli aumenti di capitale che verranno promossi da Veneto Banca, facendosi carico dell’eventuale inoptato e dunque garantendo l’esito positivo delle operazioni in arrivo.

Si tratta di una misura a mio avviso decisiva per Veneto Banca, che ricordo è chiamata dalla BCE ad effettuare un aumento di capitale da 1 miliardo, per poi quotarsi in borsa e ricercare un partner visto che ormai l’ipotesi dello “stand alone” è impraticabile.

Il prossimo 5 maggio è fissata l’assemblea per l’aumento di capitale, con il rinnovo della governance.

Lo “scudo” del governo mette la banca in condizioni di poter intraprendere tali misure sotto l’egida di una copertura, e quindi assicura a risparmiatori e soci (già pesantemente penalizzati) un percorso di fuoriuscita dalla crisi.

IL RITORNO DELLO STATO?

Alcuni osservatori (Alberto Mingardi, su “La Stampa” dell’11 aprile, ad esempio) hanno fatto rilevare che questa misura rappresenta il ritorno dello “Stato padrone” nel campo del credito, invocando l’esigenza di una diversa impostazione.

A parte il fatto –mi sia consentita la battuta- che leggere sul giornale della Fiat (ancora per poco) una critica al capitalismo sostenuto dal pubblico è qualcosa di surreale,  vista la storia del rapporto tra la famiglia Agnelli e lo Stato sovventore, finanziatore e facilitatore dell’industria dell’auto fino all’arrivo dell’era Marchionne, resta comunque un elemento di fondo.

E cioè: la fuoriuscita del “pubblico” dalla gestione delle banche disposta dalla riforma Amato-Ciampi del 1992/93 non ha generato complessivamente una classe dirigente di banchieri e di capitalisti che ci hanno condotti attraverso i marosi della crisi in maniera ottimale. Al contrario, abbiamo avuto banchieri che nel mentre si attribuivano compensi da nababbi, conducevano i loro istituti sugli scogli. E il credito da loro concesso, a volte in maniera leggera, non ha generato valore da poter essere reinvestito nel salvataggio degli istituti.

Se oggi in Italia abbiamo sul campo almeno 7 miliardi di difficilissima esigibilità, la politica cosa doveva fare? Voltarsi da un’altra parte, invocando un principio generale ed astratto di “libero mercato” e attendendo cavalieri bianchi (magari esteri, e quando dico esteri intendo qualche fondo sovrano di qualche Stato dell’area del Golfo) e nel frattempo guardare lo spettacolo triste di piccole e medie aziende strozzate, di famiglie impoverite e di dipendenti preoccupati per il loro destino?

Noi abbiamo fatto una scelta diversa, che è compatibile con le regole europee della concorrenza (non si utilizzano fondi pubblici, infatti) ma che nel frattempo mette in sicurezza il comparto. E scusate se è poco.

Dopodichè, una considerazione mi sento di condividerla in chiusura. Mingardi parla delle fondazioni bancarie come strumenti “metà pubblici e metà privati, ambigui e sottratti anche alle logiche della responsabilità politica” nelle quali si sommano “il massimo della discrezionalità e il minimo della certezza del diritto”.

E’ un’osservazione che mi sento di condividere, e che rimanda all’esigenza di un meccanismo di selezione e di governance di questi soggetti più trasparente, più responsabile e più moderno. Non ci si può affidare solo alla buona disponibilità e alla coscienza etica di persone che, una volta nominate all’interno delle fondazioni bancarie, scompaiono alla vista dell’opinione pubblica e perdono ogni dimensione di accountability.

E’ un tema, questo, sui cui le conseguenze della nascita, a mio avviso positiva, del fondo Atlante, dovranno portarci a riflettere”.

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