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DRUOGNO- 27-07-2016- A dispetto del titolo, "Quando il Pizzo Ragno ha il cappello"

non è né una raccolta di proverbi vigezzini né un libro che semplicemente descrive i luoghi della Valle. Il romanzo di Peppo Sangregorio si presenta invece come un testo autobiografico che riporta, nella voce in prima persona dell'autore, una serie di eventi e personaggi che hanno contraddistinto la storia italiana degli anni trenta e quaranta, ma visti attraverso gli occhi di un bambino e successivamente di un adolescente.

Sangregorio ha 85 anni e, spiega, è arrivato a un punto della sua vita in cui si rende conto che tutto ciò che ha vissuto potrebbe sparire da un momento all'altro: "la memoria, mi sto accorgendo, può fare degli scherzi, gioca a nascondersi, un avvenimento o un nome di una persona o di una cosa che oggi ti sembrava saldamente ancorato nella mente, domani svanisce per poi riapparire, magari, dopodomani". Ha deciso dunque di mettere per iscritto i suoi ricordi, non perché fossero drammatici o incredibilmente interessanti ma per ripercorrere con la mente il proprio passato e lasciare una traccia, nonché una storia da raccontare ai suoi figli e ai suoi nipoti.

Nel racconto ha voluto, intenzionalmente, liberarsi da tutto ciò che per certo conosceva riguardo al fascismo e alla Guerra, per poter riportare i fatti esattamente come li aveva vissuti da ragazzo, quando le notizie di ciò che accadeva a livello internazionale arrivavano frammentarie o lacunose, dipingendo un quadro vivido della vita quotidiana di una famiglia borghese all'epoca, producendo una sorta di "intrahistoria" alla Unamuno, una storia non ufficiale ma nata dall'esperienza diretta di chi c'era. Un aspetto del quale si scusa nel prologo che introduce il romanzo: "non ho il dono dell'ubiquità e ho sempre avuto un solo punto di vista. Posso solo raccontare di quello che ricordo di aver visto, udito e sentito."

Il romanzo è ambientato tra Milano e Druogno, paese dove la famiglia di Sangregorio dovette rifugiarsi allo scoppio della guerra e dove fu costretta a restare, anche dopo la fine del conflitto, a causa della distruzione della casa di proprietà a Milano durante un bombardamento sulla città nel 1943. L'autore descrive un periodo difficile e vissuto con angoscia dai propri genitori attraverso la voce innocente di un bambino che vedeva la società divisa in tre parti: i fascisti, gli antifascisti convinti ma costretti a tacere e quelli che lui definisce "agnostici", ai quali apparteneva la famiglia Sangregorio, "che non erano né pro né contro", quelli che "se avevano dubbi sulla politica o critiche verso gli esponenti del regime stavano molto attenti a parlare." Un periodo controverso dunque, ma che per Peppo, allora bambino, era di difficile comprensione, del quale percepiva solo i silenzi degli adulti e tutto ciò che riguardava la propria vita quotidiana di balilla, dalle canzoni propagandistiche insegnate ai bambini all'uniforme indossata a scuola, dall'adunata del sabato in Piazza Vetra alla visita di classe al Covo, almeno una volta l'anno.

Con lo scoppio della guerra, la vita della famiglia Sangregorio, come quella di tutti gli italiani, cambiò radicalmente. La fuga a Druogno, tuttavia, si rivelò per il piccolo Peppo l'inizio di una nuova vita. Erano gli anni drammatici della guerra, della sconfitta, della resistenza, della Repubblica dell'Ossola e del dopoguerra. Anni che per il giovane Sangregorio erano invece quelli dell'avventura e della scoperta, tipiche dell'adolescenza, che l'autore spiega di aver vissuto con piacere a Druogno, un paesino tranquillo e molto meno pericoloso di Milano, già allora caotica, dove aveva molta più libertà, dove poteva uscire anche non accompagnato dai genitori. Persino momenti drammatici, come la partenza per la Svizzera del padre, del fratello Giancarlo (il noto scultore) e del giovane Peppo per sfuggire alle rappresaglie fasciste dopo la caduta della Repubblica dell'Ossola, sono descritti come un momento avventuroso, del quale l'autore spiega la gravità, già percepita allora, accompagnata però dalla voglia di scoprire e dall'entusiasmo di visitare luoghi mai visti prima.

Nel testo incontriamo personaggi realmente esistiti: contrabbandieri, boscaioli, pastori, parroci, suore, insegnanti; tutti chiamati con il loro nome e nei quali molti vigezzini, soprattutto di Druogno, potrebbero riconoscere un non lontano antenato. La descrizione della vita quotidiana dell'epoca fa da sfondo alle vicende narrate, creando un testo vario e di interesse storico, nelle parole dell'autore: "Ho la presunzione di aver messo in evidenza non solo i grandi avvenimenti degli anni trenta e quaranta ma anche usi, costumi, condizioni del tempo. E come tanto andò cambiando". 

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